Se dovessimo dare un aggettivo all’attività produttiva che si occupa dell’allevamento di animali a uso alimentari il primo termine che ci verrebbe in mente è inefficiente. Perché?
Guardiamo i seguenti indici di conversione, cioè la quantità di kg di vegetali necessari per ottenere un aumento di 1 kg di carne animale prodotta:
Per capire in concreto cosa vuol dire la tabella (ne potete vedere una interessante, che approfondisce i kg di cereali necessari, anche qui), potete sfogliare un qualunque manuale di zootecnia.
Noi qui vi proponiamo alcuni passaggi dal Manuale tecnico-pratico per l’allevatore della bovina da latte edito dalla Provincia di Massa-Carrara nel 1996 (ma altre pubblicazioni, anche più recenti, sono facilmente accessibili anche on line). Ad esempio, per accrescere giornalmente di 650 grammi un animale del peso di 200-350 kg, servono: 2 kg di fieno, 6 kg di silomais, 750 g di paglia d’orzo, 700 g di farina d’orzo, 1 kg di pastone di mais, 750 g di melasso di canna e altri 700 g di alimenti ad hoc. Nell’approvvigionarsi di materie prime, l’allevatore di vacche da latte dovrà procurarsi, per ogni capo di bestiame: da 1 a 4 kg di bietole; da 1 a 3 kg di trebbie di birra; da 1 a 3 kg di semi di cotone; da 1 a 3 kg di semola glutinata (p.31); e poi soia proteica, mais, pastone di granella di mais (pp. 90-91). Poi ovviamente le manze bevono! Guardate quanto, ogni giorno:
[la tabella su riportata è a pag. 30 dell’opera citata. Abbiamo trovato materiale confrontabile, e più recente, anche qui]
E per prevenire l’insorgenza di patologie nell’animale, bisogna assicurare in media all’animale un “consumo di acqua per bovine in lattazione intorno ai 4-4,5 kg per kg di sostanza secca ingerita” (p.52).
L’ allevamento animale necessita poi di alcune precauzioni igieniche. In particolare per le vacche da latte, bisogna sempre pulire accuratamente le mammelle e il capezzolo prima di ogni mungitura . Il manuale in merito consiglia, a p. 97, le salviette a perdere – saranno anche biodegradabili??? Alla stessa pagina ricorda che i primi getti di latte si raccolgono in un recipiente a parte per poterli buttare via qualora si notino anormalità e che la stessa disinfezione del capezzolo va ripetuta a mungitura conclusa. Sottolinea poi cche “è dannoso curare con potenti e pericolosi antibiotici [sapete chi se li prende, oltre alla mucca, se l’allevatore li somministra lo stesso e si “dimentica” di sottrarre il latte di quei giorni al consumo finale umano, vero? n.d.r] mastiti causate da gestioni sbagliate”: la frase è scritta in corsivo, per caso capiterà troppo stesso ed è necessaria una tirata d’orecchie preventiva per l’allevatore aspirante furbacchione?
Comunque: l’acqua usata per la detersione – necessaria, per carità – dell’animale (p. 106 e segg.) è tutta acqua a perdere, spesso calda (altra energia che si consuma per riscaldarla), onde evitare il rilascio di adrenalina, e potenziata con battericida (che dite, sarà biodegradabile anche quello?). Poi ci sarebbero i costi energetici e non solo per il mantenimento delle strutture, ecc… No, tranquilli, nessuno vuole erodere questi minimi diritti delle mucche a delle condizioni di sopravvivenza (apparentemente) decenti!
Facciamo però due calcoli: riuscite a pensare a un allevamento, anche piccolo, poniamo, di una ventina di capi? Moltiplicate il cibo, l’acqua e gli extra necessari per 20. Ecco, ora dal vostro fogliettino degli appunti prendete questi prodotti parziali e moltiplicateli per 365, per vedere che succede in un anno. E poi ancora, per 50 o 100 per capire cosa possono fare una centinaio di analoghi allevamenti (che non sono niente rispetto ai numeri reali) in contemporanea nello stesso lasso di tempo.
Vediamo allora quali sono le premesse necessarie di una così grande macchina produttiva. Per produrre vegetali destinati all’allevamento animale occorrono più risorse, in termini di terra e acqua, di quanti non ne servirebbero per destinare quella stessa produzione vegetale al consumo esclusivamente umano. Come mostra la tabella:
[fonte: Water resources: agricolture, the environment and society. An assessment of the status of water resources by David Pimentel, James Houser, Erika Preiss, Omar White et al. February 1997 Vol. 47 No. 2. ]
E’ un po’ la scoperta dell’acqua calda, nel senso che da quando l’uomo coltiva e alleva gli investimenti idrici necessari per ogni singolo kg di prodotti vegetali non sono cambiati più di tanto. E’ la quantità di consumo di carne – e quindi di kg di vegetali necessari a produrla – che è vertiginosamente aumentata dal secondo dopoguerra a oggi, almeno nei paesi occidentali.
In cosa si traduce questa fabbrica di proteine alla rovescia? Primariamente: in una questione di sostenibilità, più o meno – semplificando al massimo – secondo questo circolo vizioso:
Semplificando con un esempio ispirato dalla prima tabella vista insieme: con 1 kg di carne di vitello ci mangiamo in 5, con i 13 kg di vegetali necessari a produrla ci mangiamo in tanti di più… vi rendete conto di cosa può voler dire tutto ciò per un paese povero in cui si muore di fame e i terreni ormai definitivamente sterili, appunto ipersfruttati per produrre gli alimenti destinati agli allevamenti “occidentali”, aumentano di anno in anno (con conseguente selvaggia deforestazione per reperire terreni nuovi!)????
Obietterete che noi – trascurando le priorità delle necessità della specie umana (presupposto comunque un tantino specista!) – stiamo ragionando solo in termini di quantità e non di qualità dell’alimentazione. Noi in proposito non pretenderemo di sostituirci a voci più autorevoli della nostra (che potete consultare autonomamente), come il Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione (NEIC) , o produrre documenti più esaustivi di quanto fatto dall’American Dietetic Association e dai Dietitians of Canada (già nel 2003, oltretutto, mica l’altro ieri!); vi sottoporremo invece alcuni dei passaggi (come questo di Peter Singer, ispiratore dell’ALF) su cui già da tempo stiamo ragionando, documentandoci, e a cui oggi riteniamo più giusto aderire nella vita quotidiana.
Potremmo ad esempio riflettere insieme sul rapporto tra bonus e malus che derivano dall’ingestione della carne, non solo o non tanto a causa della controversa cadaverina prodotta dagli animali una volta morti (e in realtà presente, seppur in piccola parte, anche prima del decesso), ma anche in funzione della riflessione sulla dieta per cui l’uomo è stato “programmato”, soprattutto dinanzi al regolare, e in così grande quantità, consumo dello “stramorto, straucciso, stravelenoso prodotto carneo”.
Sono interrogativi che non possiamo non porci soprattutto se, guardando al made in USA come probabile prototipo dell’evoluzione del mondo occidentale, scorriamo dati impressionanti come questi (e, a proposito di quest’ultimo link, scorrete fino in fondo la pagina e degnate di uno sguardo l’articolo, già pubblicato su L’Espresso, di Jeremy Rifkin, che non è proprio l’ultimo degli stupidi). E che potete porvi anche voi se, come il Dott. Herbert M. Shelton (fondatore dell’igiene naturale), riscontrate tanto una cattiva digestione che delle feci particolarmente sgradevoli (“Le feci maleodoranti, secche, dure, a pallottola, la deiezioni sanguinolente, gli abbondanti gas puzzolenti, la colite, le emorroidi, il bisogno costante di carta igienica e tutte le altre cose di questo genere che accompagnano il mondo di vivere attuale di molta gente? A cosa serve consumare alimenti di alta qualità se poi essi fermentano e imputridiscono nell’apparato digerente?”), e questo anche senza sconfinare in quell’abuso di carne nella dieta che – è universalmente riconosciuto – ci espone all’insorgenza di malattie cronico-degenerative.
Una sgradevolezza che sembra oggi appositamente costruita industrialmente, per esempio con l’inserimento di pollame ancora vivo con becco, occhi, penne, unghie, intestino (e suo contenuto)… insomma: TUTTO, dentro macchinari che bollono, tritano, mescolano (con l’aggiunta di additivi, si vede chiaramente il momento in Chickpulp), compattano et voilà: hamburger (finlandese!!!!) o pasta spalmabile di carne bianca sulle nostre tavole! O, altro esempio, con il continuo e totalmente innaturale ingrasso degli animali (una pratica che invece, se praticata dall’uomo – conoscete il leblouh? – viene comprensibilmente biasimata), impossibilitati a vivere e a morire dignitosamente. O ancora con un consumo frivolo, non giustificato nemmeno da comprovate impellenze nutrizionali (o non vorrete pure sostenere che ci si può sfamare in modo soddisfacente mangiando un ghiro!?).
Aggiungere al già preoccupante quadro geopolitico e ambientale strettamente legato all’allevamento animale (intorno alla gestione delle deiezioni, di cui citiamo degli esempi qui e qui, si stanno sviluppando delle ecomafie esattamente come già succede per i rifiuti tossici, le scorie nucleari, ecc…!!!!) ulteriori segnali di allarme, dal latte ogm uomo-compatibile a tutti i rischi post Fukushima (che dureranno anni e anni) per non parlare di tutti i problemi di tracciabilità dei capi d’allevamento, non fa associare immediatamente il consumo di carne (e riusciamo ancora a ricordare che si tratta pur sempre di animali?!?) a un bagno di salute.
[Tra l’altro: avete visto quanto aumentano i prezzi degli alimenti vegetali negli ultimi tempi? Se il prezzo della carne dovesse recuperare anche il prezzo dei vegetali necessari a produrla dovrebbe a regola divenire esorbitante, e invece… conviene più una fettina di manzo all’equivalente del suo peso in zucchine!!!! Non vi vengono dei dubbi su cosa mangino veramente gli animali allevati – e quindi anche voi????]
Sul piano simbolico, e non solo, è veramente difficile scindere l’ingestione della carne dall’assorbimento del malessere conseguente al grave maltrattamento dell’animale da cui la stessa carne viene prelevata, esattamente come non possiamo vedere come totalmente buono il peluches cucito dalle manine di un bambino sfruttato nelle fabbriche di un paese del sud del mondo.
E se qualcuno ci volesse tacciare di frichettonaggine citando il proposito di Turi di vivere “di bacche in riva a un fiume” (quando poi c’è chi seriamente vivrebbe di fiori!!!): si guardi prima intorno. Sono sempre più le occasioni, a partire dall’Earth Day e dalle varie ricorrenze specifiche (Giornata vegetariana, Settimana mondiale dell’eliminazione della carne, festival a tema) e passando poi per inaugurazioni di nuove catene di supermercati e nuove radio, interventi formativi nelle scuole (e persino spot a luci rosse !!!), create apposta per farci riflettere seriamente su questo problema. Saranno diventati tutti pazzi? Vale almeno la pena non di conformarsi passivamente, ma di provare almeno a capire – al di là della condivisione – i loro perché?
Forse dovremmo iniziare a liberarci dai falsi salutismi, dai pregiudizi culturalmente giustificati e soprattutto dalla scarsa lungimiranza: ci porterebbero solo ad alimentare questa inefficiente macchina della sofferenza.
O, detto altrimenti: a fronte di un sicuro, evidente (e irrecuperabile?) danno ambientale, e di un’inevitabile sofferenza animale, non è assolutamente sicuro il beneficio che potrebbe derivare all’uomo dal consumo della carne (e di che carne, poi!). Soprattutto non è detto per l’uomo occidentale, le cui contraddizioni “nutrizionali”, igieniche e alimentari sono ormai all’ordine del giorno. Per il resto dell’umanità non possiamo permetterci di parlare, soprattutto per quelle popolazioni a cui non è (anche grazie a noi!) obiettivamente accessibile un’alternativa alimentare. Per i paesi più poveri, mettiamoci una mano sulla coscienza. Noi occidentali invece abbiamo abusato della carne fin troppo, eccedendo da tempo la soglia dell’abbastanza, e a poco serve nasconderci dietro l’acquisto regolare di carne “biologica” e/ a filiera corta (vi renderete sicuramente conto che se tutti i consumatori di carne pretendessero di rifornirsi solo di queste ultime due tipologie di prodotto senza ridurre sensibilmente la quantità richiesta si creerebbe presto o un’indisponibilità della carne “buona” per i più – una sorta di vegetarianismo forzato – o il soddisfacimento di tutti per trasformazione dei produttori “virtuosi” in allevatori intensivi).
La cosa più inquietante forse è scoprire che per “alleggerire” davvero il proprio menù dalla carne bisognerebbe stare attenti a tutto (vestiti, oggettistica, ecc…)… persino a ciò che si beve (si veda la campagna contro Nestea )! Ma di questo potremo parlare approfonditamente un’altra volta. E’ un settore in fase di esplorazione anche per noi.
Per ora concentriamoci su quello che finisce nel piatto: anche la minima riduzione del consumo di carne (intendendo con carne non solo la bistecca, ma anche: il ripieno dei tortellini, il condimento delle tartine, l’ingrediente principe del paté, ecc…) può essere un primo passo per una vera riconciliazione con il sistema naturale di cui siamo parte.