Lacrime giapponesi, festività italiane.

Per prudenza siamo abituati a fare progetti preventivando le ipotesi peggiori, così se poi dovesse andare tutto bene, tanto meglio. Se invece andasse male, saremmo già preparati al peggio: non è infatti il non pensarci che elimina il problema.

Ora che terremoto, tsunami e centrali nucleari impazzite mettono a dura prova il Giappone (che è il Giappone!), i nuclearisti nostrani forse si stanno rendendo conto di aver abusato di ottimismo. Tuttavia il punto adesso non è piangere sul latte versato, ma ammettere la propria leggerezza, mettere da parte l’orgoglio, imparare da questa esperienza e andare avanti.

E mentre il resto del mondo inizia a tutelarsi contro le importazioni radioattive, il Parlamento Europeo va nel panico perché non sa come andrà a finire,  e la stampa mondiale non sottolinea come dovrebbe la quantità di millisievert/orari di radiazioni rilasciate dalla centrale di Fukushima, Akio Komori, director manager di Tepco, piange in pubblico e si assume le proprie responsabilità (o inizia a farlo).

komori-tepco

Intendiamoci: questo non ridurrà l’impatto del disastro in futuro, non risarcirà i parenti delle già troppe vittime, né esimerà chi di dovere dal’assumersi anche dinanzi alla legge le proprie responsabilità. Non cambierà, in concreto, niente. Ma dove lo troviamo, da noi, un politico, un top manager, una qualunque personalità di spicco che, avendo procurato con dolo o con colpa grave un danno alla comunità, pubblicamente piange e chiede scusa?

Consideriamo un esempio che non è sicuramente passato inosservato. In Italia è stata temporaneamente ma soprattutto recentemente istituita la Festà dell’Unità Nazionale. Unità che non poteva certo essere istituita da subito come ricorrenza, forse per tutto il sangue e il dolore pagato dai futuri cittadini di una così controversa nazione (date un’occhiata qui e qui per la questione meridionale e per il brigantaggio, qui per i lager sabaudi, qui per un ulteriore approfondimento che include anche la costruzione internazionale – anche massonica – dell’Unità italiana). Lo ricordano abbastanza, anzi, lo ammettono, innanzitutto, i manuali di storia della scuola dell’obbligo? A noi pare di no, ma se fosse, sicuramente in maniera molto blanda. E ancora adesso la radicata crisi del nostro Meridione (a prescindere, sottolineiamo, dalle sfortunate congiunture internazionali degli ultimi anni) è frutto di quella solenne spremitura di risorse postunitaria che tanto ha avvallato arretratezza economica, corruzione, criminalità organizzata e chi più ne ha più ne metta a beneficio – unilateralmente determinato – del “ricco” Nord. Ancora adesso il nostro Sud non ha dalle istituzioni non solo le dovute risposte, ma quantomeno le minime ammissioni di responsabilità. Il 17 marzo sembrerebbe dunque l’anniversario di un matrimonio riuscito male.

Con una scelta stilistica – ma verrebbe da dire morale – diametralmente opposta a quella nipponica, i vertici nazionali scelgono di fronteggiare le criticità con la strategia del bontempone:  facciamo che per quest’anno c’è un giorno di festa in più, così ci prendiamo 24 h di pausa dai nostri problemi sbandierando in giro il tricolore (la cui ispirazione remota è… francese! Viva l’originalità!). Panem et circenses, in sostanza, e amici come prima.

Se invece ci impuntassimo per festeggiare, eventualmente, solo dopo aver messo i puntini sulle i. Se scendessimo in piazza a protestare per ogni indegna porcheria con la stessa presenza e trasversalità intergenerazionale che si incontra quando l’Italia vince ai mondiali. Allora restituiremmo dignità alle nostre scelte: culturali, politiche, energetiche… Allora ci sarebbe un’arena di dibattito propriamente politica. Allora costruiremmo un mondo diverso.

Se nel nostro parlamento o nei consigli direttivi aziendali italiani ci fosse anche solo un timido piantino per ogni irreversibile errore compiuto con dolo o con colpa grave esisterebbero catini stracolmi di lacrime a tutti gli angoli. Ma questo non è mai accaduto né, forse, accadrà mai. E forse per questo, tornando alla questione di cui in apertura, alcuni continuano a tracciare il solco iniziale sfacciatamente, senza ragioni minimamente argomentate, senza lungimiranza. In una parola, senza responsabilità.

E le poche voci che propongono una terza via (ad esempio, questa) sembrano destinate a divenire le nuove Cassandre di una società in cui giusto e sbagliato sono solo opinioni non più riconducibili a dati di fatto.

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