Poetica del recupero.

Gli ultimi della società e le cianfrusaglie possono essere gli inconsapevoli protagonisti di rivoluzioni (letterarie). E’ stato così per il Crepuscolarismo, una parentesi poetica -mai confluita in un vero e proprio movimento – nata in seno alla belle epoque. Il fasto e la fiduciosa proiezione nel futuro di allora (siamo ai primi del Novecento) stridevano in modo evidente con l’attenzione alle cose “banali” di Gozzano, Corazzini, il primo Marinetti, Palazzeschi e pochi altri. In particolare il poeta, privato dei quel protagonismo quasi sacrale che gli era stato riconosciuto nei secoli passati, diventava un piccolo borghese come tanti altri. Un uomo qualunque, al pari del suo lettore!!!! La posizione decisamente umile assunta dal poeta crepuscolare veniva rinforzata dalla scelta del verso libero, che rompeva nettamente con la tradizione precedente, e con la già annunciata concentrazione su temi decisamente inusuali: cose, persone e situazioni che fino ad allora erano passati poeticamente parlando inosservati.Versi dedicato a un orto, a  mobilio abbandonato, a vecchie e vagabondi. L’ispirazione proveniva, per così dire, da “oggetti di scarto”. Un’azione di recupero e riqualificazione morale di tutto ciò che comunque esiste o è stato creato dall’uomo. Un senso che esiste in sé. E per quanto il tutto sia nato in tempi non sospetti – quando cioè il recupero e il riciclo non erano i must della nuova, “buona” elite occidentale ma anzi l’ultima ratio dei “poveracci”, di coloro che dovevano accontentarsi di quel che trovavano – vale ben la pena di riflettere sull’importanza che potrebbero rivestire anche oggi gli intelletuali nel contribuire a ridefinire i significati socialmente condivisi  in un settore, come quello dell’ecologia, apparentemente monopolizzato dalle scienze dure.

Sembra anzi sterile un recupero o un riuso dell’esistente che non contempli anche un recupero e una ridefinizione dello stesso anche sul piano semantico, perché azioni perseguite senza un’adeguata coscienza critica oltre che superficiali possono rivelarsi estremamente controproducenti se non pericolose. Nelle arti figurative questa tendenza è in atto, con pericolosi – involontari? – sconfinamenti in aree (come la moda) che potrebbero alimentare anche i meccanismi malati che vorrebbero dichiaratamente contrastare.

E in poesia, invece, che succede oggi? Chi celebrerà in futuro le

Come Gozzano ringraziava la Natura per averlo reso ” solo un borghese onesto che della poesia fa impegno umano e testimonianza” potremmo forse anche noi ricordare che nella nostra azione quotidiana per la salvezza del Pianeta c’è molta poesia, celebrativa  delle ferite di una Terra che resiste nonostante tutto. Questo, sì, sarebbe un tema per cui istituire un concorso di poesia: chi tra voi porgerebbe umilmente il lapis (pardon: la tastiera) a servizio del tanto in voga reduce-reuse-recycle elevando una necessità (e a volte una strumentalizzata moda…) a poesia?

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