Lasciamoli di sasso.

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Io non posso scendere – recitava giusto ieri il drappo sulla statua denuclearizzatavota tu per me”.

Sarebbe bello essere per una volta dei Pigmalioni e dare la chance del voto al monumento. Ma non si può e allora ci assumeremo noi l’onere di rappresentarlo: ci sentiamo sufficientemente fermi sulle nostre posizioni per farlo.

Come si evincerà anche da qui, però, noi non riusciamo pesare tutti i quesiti allo stesso modo. Volendo stimare il danno conseguente, poniamo, alla vittoria del no (o al mancato raggiungimento del quorum), il quesito sul legittimo impedimento danneggerebbe prevalentemente gli italiani (e ci sarebbe da discutere se e come se la sono cercata), i quesiti sull’acqua aprirebbero l’ennesima pista a un grave danno all’umanità, il nucleare sarebbe un problema tendenzialmente infinito per tutti gli ecosistemi del pianeta (cioè anche per coloro che non avranno contribuito neppure lontanamente a determinare una tale situazione).

E’ quest’ultima ipoteca sul futuro che ci sta oltremodo a cuore. E che porterà a votare contro il nucleare, pensate un po’, anche  un nostro caro amico, nuclearista convinto, di cui riportiamo le parole:

Domenica 12 giugno a quest’ora avrò già fatto il mio dovere di cittadino. Era da tanti anni che non andavo con questa convinzione a votare per i referendum, di molti in passato ne avrei fatto volentieri a meno, perché il referendum è una cosa seria e non era nelle intenzioni dei padri costituenti la sua proliferazione.

Avrò votato, con lo stesso spirito con cui ho fatto nel mio piccolo campagna elettorale, 4 si, 3 con convinzione e 1, considerandomi un progressista razionale, solo per non essere accusato di insensibilità al futuro delle giovani generazioni considerato che la Germania chiuderà le sue centrali nel 2022 e la Svizzera nel 2040.”

Tocca a noi adesso. Giochiamoci le nostre ultime carte, anche per chi ne avrebbe il diritto ma non lo può fare.

Raggiungiamo quel maledetto quorum.

referendum2011_by_jaulleixe

E lasciamoli tutti di sasso.

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Peccati spalmabili.

Uno degli alimenti di cui è difficile per golosità fare a meno, nonostante l’arrivo della stagione calda, è sicuramente la cioccolata spalmabile. Se anche fossimo degli irriducibili choco-addictied, però, non accontentiamoci della solita Nutella. Esistono in rete recensioni di siti “insospettabili” che, nonostante le polemiche, la “riabilitano”. In proposito uno dei punti che, ad esempio, non ci torna, è: se davvero contenesse olii vegetali salubri, l’azienda produttrice avrebbe tutto l’interesse a specificare meglio la dicitura in etichetta (come avviene per altri prodotti alimentari in commercio). Perché allora non lo fa?

C’è poi un’altra questione da considerare nel medio e lungo periodo: come accaduto secoli addietro (anche se per ragioni diverse da oggi), il cioccolato tornerà ad essere un bene di lusso, a tutto vantaggio delle multinazionali (con attività criminali annesse). Praticamente i pochi che coltiveranno la pianta del cacao non potranno nemmeno assaggiare il prodotto finito. Ammesso e non concesso che le cooperative inserite nel circuito equosolidale resistano, il consumo del cioccolato diventerà comunque un vero peccato di gola… Senza girarci intorno: dovremo consumarne sempre meno.

Sapendo però che al momento è difficile resistere del tutto a tale tentazione, spalmabile in primis, e che comunque la disassuefazione procede per piccoli passi, abbiamo pensato di iniziare a ridurre intanto i consumi “palesemente inappropriati” di questo prodotto e, a titolo di esempio, vi proponiamo delle alternative (due delle quali sono spesso accessibili anche nei supermercati)  che sembrano soddisfare almeno in parte i nostri criteri d’acquisto e che abbiamo recensito anche a seguito di faticosissime valutazioni empiriche di elevato tenore scientifico ^_^

 fase_delicata_esperimento_by_jaulleixe seconda_fase_delicata_esperimento_by_jaulleixe

Eccole allora in ordine crescente, a nostro parere, di qualità:

 NocciolataRigoni di Asiago

Ingredienti: zucchero*, pasta di nocciole 16%*, olio di girasole*, latte scremato in polvere*, cacao 6,5%*, burro di cacao*, lecitina di girasole, aroma naturale di vaniglia – non contiene glutine

Peso 350 g – noi l’abbiamo incontrata a partire da € 3,50 ca

Il sapore e  la consistenza sono ottimi, con l’aggiunta del fatto che gli ingredienti con l’asterisco sono biologici. [Ha la sua pagina su FB].

Una volta finita vi resta un vasetto ottagonale con coperchio in metallo.

 Crema Novi – La crema senza grassi estranei

Ingredienti: nocciole (45%), zucchero, cacao magro (9%), latte scremato in polvere (5%), burro di cacao, emulsionante: lecitina di soia, aromi – made in Italy

Peso 200 g –  noi l’abbiamo incontrata a partire da € 2,60 ca

Perché questa vinca il confronto con la nutella lo leggete qui; comunque, non presenta nemmeno ingredienti “certificati” come pericolosi; ha un pastoso sapore di gianduiotto [su FB esiste il gruppo sia per lei che per il suo confronto con la nutella :-| ].

Una volta finita vi resta un contenitore + tappo in plastica. Lavabili, ma dal riutilizzo limitato essendo la stampa irremovibile.

Equo Bonita Green – senza oli vegetali aggiunti – crema cacao e nocciole

Libero Mondo – Equo solidale & sociale

Ingredienti: zucchero di canna*,  nocciole (45%), cacao magro in polvere (5%), burro di cacao, emulsionante: lecitina di girasole, aromi: vanillina.

Peso 230 g – noi l’abbiamo incontrata a partire da € 3 ca

“senza aggiunta di grassi diversi da quelli naturalmente contenuti nelle nocciole e nel cacao” (vedi asterisco)  e senza ingredienti derivati da OGM, né di origine animale (va bene anche per i vegani!) è prodotta in provincia di Cuneo con un 53% di ingredienti provenienti dal Commercio Equo e Solidale: è buona, quindi, anche dal punto di vista morale; il contenitore diventa un bicchiere una volta lavato.

Estrella – Primera – crema finissima al cacao e nocciole

Equoland – Lavorazione artigianale

Ingredienti:  zucchero di canna, olio di arachidi, cacao in polvere (23% burro di cacao). Pasta di nocciole. Aroma di vaniglia naturale. Possibili tracce di emulsionante: lecitina di soia.

350 g -3,50 €

Precisando che la vaniglia naturale (che si trova anche nella Rigoni) è sempre meglio della chimica vanillina, questa crema vegan friendly ha dalla sua il fatto che “non contiene grassi vegetali sostitutivi” nè “ingredienti OGM” (buono anzi raro per la soia, che è all’80% – se non più – OGM). Il costo? Si, anche in questo caso è un po’ caro, ma vi garantiamo che nel nostro caso è stato un incentivo per ridurre i consumi. Ci sarà – lo ammettiamo, quel pomeriggio in cui non resisti e ti spari un intero barattolo, molto maialescamente e sorbendoti in seguito il mal di pancia… ma poi la choco-card te la sei giocata per il successivo mese e mezzo, per cui…

Tornando alle valutazioni tecniche, dal punto di vista della “fluidità”, la terza e ancor più la quarta sono quelle con la consistenza meno spalmabile, quasi granulosa: commercialmente dovrebbe essere considerato un difetto, ma lasciate valutare al vostro palato e poi fateci sapere.

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Musica (fl)op(p)eristica e vegetale

Vi proponiamo oggi un paio di curiosità nell’ambito del trashware e del green lifestyle.

Questo ad esempio sembra un banale (e non recentissimo) case.

E invece…

…  è una Toccata (senza fuga) eseguita tramite i drivers dei floppy. Ma c’è anche chi suona la Marcia Imperiale di Star Wars o la Primavera di Vivaldi con lo scanner (per la Marcia Imperiale questa versione flopperistica è molto più cupa e inquietante, quasi cyber-goth. O comunque, molto nerd).

L’unico punto su cui ci arrovelliamo è: ma come diavolo fanno?!?

[qui una parziale spiegazione, ma vi saremo grati se ce ne forniste di migliori]

Molto più comprensibili per fortuna le prossime tecniche, che sembrano metodi di cottura alternativi…

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… e invece sono alcune fasi della costruzione degli strumenti dell’austriaca Vegetable Orchestra!

Buon ascolto ;-)
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Coppe ecologiche.

Le mestruazioni sono un fatto naturale la cui gestione ha oggigiorno un peso ecologico notevole (alcune fonti dicono che quasi un quarto dei rifiuti non riciclabili siano riconducibili alla categoria “pannolini” – siano essi per bambino, per donna o altro). Questo, sommato al fatto che la tutela della salute del singolo (in questo caso le donne) si ripercuote positivamente sull’intera popolazione, dovrebbe cominciare a mettere in discussione:

  • la retorica dell’innominabilità del mestruo (anche da parte delle donne – a cui consigliamo la lettura di questo libro. Cosa mai ci sarà di orribile nelle… MESTRUAZIONI??? E pensare che a loro hanno pure dedicato un museo! E la Disney – la DI-SNE-Y – ne era già occupata nel 1946!);
  • la sistematica relegazione della “competenza” nella gestione del problema a una ben delimitata fetta di popolazione (le femmine in età fertile, in questo caso).

Non capiamo perché non si dovrebbe coinvolgere nella faccenda anche quella metà del cielo che non avrà le sue cose, ma se ne interessa comunque in un modo o nell’altro (in un’ ottica contraccettiva, per esempio). Senza contare che il pianeta (e la responsabilità di preservarlo così come lo si trova) è di tutti! Pensiamo semmai che, ad esempio, un regalo che un partner attento e premuroso potrebbe fare alla compagna con cui condivide le proprie convinzioni in materia di salute e ambiente è la coppetta mestruale, cioè un morbido contenitore che raccoglie il flusso mestruale all’interno della cavità vaginale, come farebbe un tampone, ma riutilizzabile più volte prevenendo l’accumulo dei problematici rifiuti di cui in apertura. Vi mostriamo a titolo di esempio le taglie small e medium di un modello tedesco, messo a confronto con un copri obiettivo da 38 mm così che possiate rendervi conto delle dimensioni:

meluna-medium-sacchettino-by-jaulleixe meluna-medium-profilo-by-jaulleixe

confronto_38mm_medium_size_meluna confronto_38mm_small_size_meluna

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Lettrici e lettori, questo post riguarda tutti voi, perché oggigiorno tutti voi dovreste sapere cos’è una coppa mestruale. Poi, che la regaliate alla vostra bella o alla mamma (per lui), che la compriate per voi stesse, per le amiche, le figlie (per lei), o che la usiate per mescolare i dadi quando giocate a Yahtzee (non vogliamo sapere per chi), non è affar nostro e men che mai nostro problema ^_^

Comunque, la vita media della coppa mestruale è stimata intorno ai 10 anni (alcuni azzardano 15): per tutto quel tempo si risparmierebbero i costi degli assorbenti in termini di spesa e inquinamento. La spesa, a seconda del ciclo dell’acquirente, viene in media ammortizzata tra i  3 e i 6 mesi. Pare infine che si possa abbinare, grazie al posizionamento a diverse altezze, ad anticoncezionali come l’anello Nuvaring. Comunque, una delle prime caratteristiche da scegliere, qualora se ne volesse acquistare una, è capire quale taglia (piccola o grande) fa al caso proprio. Per i venditori non conta solo l’età (la scriminante che va per la maggiore è l’aver superato o meno i 25 anni) o l’aver o meno partorito in modo naturale, ma anche l’abbondanza del flusso mestruale (se siete tra le fortunate che godono di un flusso ridotto anche nei primi giorni, vi potete permettere, anche se siete già mamme e in là negli anni, la taglia “grande” di una marca che, per dirla con termini mutuati dal settore dell’abbigliamento, veste poco); per la nostra esperienza tutto è subordinato alle vostre “dimensioni” e quindi, presumiamo, al primo fattore (l’età).

Navigando nei siti dei principali produttori internazionali scoprirete, comunque, un nuovo “mondo”, dal punto di vista della cultura della responsabilità (e quindi dello stile di vita), da un lato, e dal punto di vista delle inevitabili deformazioni indotte da tutto ciò che può essere mercato su larga scala (e quindi trend), dall’altro:

  • Mooncup (la prima di cui noi abbiamo avuto notizia, durante una delle precedenti edizioni di Terra Futura e, forse anche per quel nome un pò “esoterico”, la più nota, al punto che potreste trovarla, da noi, persino in qualche farmacia. Molti la trovano ingiustificatamente costosa rispetto alle altre marche. Comunque potete vederla bene qui);
  • Keeper (precursore – nasce nel 1987 – in lattice della siliconica MoonCup; sarà anche un oggetto storico ma, non ce ne vogliano i produttori, sembra uno sturalavandini);
  • Ladycup (corredata da BIOsacchetto, dicono sia piuttosto morbida. La garantiscono per 15 anni, ma è più cara della media);
  • Fleurcup (molto gradevole a prima vista – bella a nostro avviso quella color arancio, quasi color carne, che la rende molto “naturale” – è forse la marca più apprezzata, almeno stando a quanto ci è capitato di leggere in forum e simili);
  • MeLuna (coppetta tedesca, dalla qualità certificata, molto apprezzata per la disponibilità in 3 taglie invece che le classiche 2; sul piano del design, propone delle alternative al solito bastoncino gommoso per l’estrazione, nonché delle alternative al silicone, dato che è fatta di TPE. Un riassunto “ufficiale” in italiano l’avete qui);
  • Lunette (modello finlandese – il cui uso è mostrato in questo video – molto capiente, per alcuni “copiato” dal marchio – da cui diffidare -  Green Donna. Sul problema delle copie illegali delle coppe mestruali si veda anche qui);
  • Femmecup (la sezione news del sito promette, in un articolo del 28 ottobre 2010, addirittura la drastica riduzione dei dolori mestruali: “Monthly period pains, cramps and discomfort could become a thing of the past by simply switching to using Femmecup in place of disposable tampons and pads.” Un tantino trash il sacchetto contenitore a forma di mutandina);
  • Diva Cup (molto adattabile ma, secondo alcune testimonianze, meno semplice da pulire di altre coppe. Forse è per quello che è stato previsto un sapone apposito. Le testimonial in giacche di velluto fucsia e l’assenza di foto dettagliate non suscitano troppa simpatia. Dalla sua comunque ha  una certificazione di qualità);
  • Miacup (coppa sudafricana pronta per l’espatrio: il sito è organizzato per il cambio in valuta straniera);
  • Naturcup (anche qui il richiamo visivo alla “natura” è demandato al sacchetto dallo stile essenziale, ma dalle caratteristiche meno definite rispetto a quello abbinato alla Ladycup. E’ offerta in 3 taglie)
  • Yuuki (coppa ceca prodotta con silicone tedesco, ha una linea molto rigorosa ed è conservabile, oltre che nel sacchetto, in un apposito barattolo che la protegge persino dalle radiazioni UVA – non si sa mai che si abbronzi!!!!! :-| )
  • IrisCup (il sito forse voleva essere di semplice accesso, ma considerando anche i limiti culturali che dovrebbe comunque superare per “vendere”, risulta semmai semplicistico e destinabile, per la prima volta, a donne più simili alle protagoniste di Rasa il pratino che non a delle squirrel-kisser; tuttavia questa scelta, strategicamente, potrebbe comunque aver un senso, cioè accalappiarsi una fetta di mercato difficilmente agganciabile altrimenti – il che sarebbe importante anche dal punto di vista ecologico. Salvato in corner);
  • Shecup (il rosa stucchevole del prodotto e il design molto fashion del sito parrebbe replicare l’impatto stile IrisCup; tuttavia le informazioni sono organizzate e approfondite in modo decisamente migliore e l’immagine a destra della coppia che si abbraccia rimanda a un bel messaggio di condivisione di questa scelta, solitamente – ed erroneamente – considerata solo della donna, anche se non single. Al momento di ordinarla, inoltre, offrono la scelta ecofriendly di riceverla priva di imballaggio – che può essere davvero ingombrante – si veda la Ladycup - mentre il sacchetto contenitore è prodotto all’interno di un circuito equosolidale);
  • Mpower (ma non era finito l’apartheid? Altro sito sudafricamo – coppe made in Cape Town, per la precisione – ma palesemente destinato a donne bianche – dal look che ammicca in direzione postcolonialista alla Indiana Jones, se il concetto non fosse chiaro);

La scelta della coppa che fa al caso nostro è  purtroppo complicata dalle rare occasioni di toccare con mano questi oggetti venduti – per ora – soprattutto on line. Li abbiamo visti ogni tanto anche in qualche negozietto “alternativo” o in qualche  supermercato o farmacia “illuminati”, ma per lo più si trattava di un solo modello (addirittura in una sola taglia!). Per il confronto ed eventuali graduatorie tra diversi modelli e marche bisogna quindi affidarsi principalmente al passaparola. Ancora una volta molte occasioni di confronto si incontrano, fortunatamente, sul web, talora accompagnate dal racconto dei più imprevedibili usi alternativi (ad esempio PITTORICI!!!) da parte delle estimatrici.

L’assorbente va dunque abbandonato per sempre? Dipende. Noi recentemente abbiamo trovato, tra l’altro al supermercato,  degli assorbenti 100% in cotone (buoni dal punto di vista della salute umana nell’hic et nunc), proposti da un’azienda specializzata nel settore,  che dovrebbero essere biologici certificati  ICEA (in quanto il cotone non è stato trattato chimicamente), ipoallergenici ma soprattutto biodegradabili. Questa è la ragione principiale per cui siamo stati disposti ad affrontare un costo un poco superiore alla media, anche se, in coscienza, sappiamo che non essendo specificata la percentuale di biodegradabilità non abbiamo risolto se non marginalmente il problema!

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[tenetelo a mente per qualsiasi prodotto definito biodegradabile]

Per questo abbiamo continuato a guardarci intorno, e abbiamo scoperto l’esistenza degli assorbenti lavabili , di cui vi proponiamo qui e nelle nostre prossime foto un esempio visivamente gradevole (il nome di questa marca tra l’altro è simpatico: tradotto dovrebbe essere più o meno “una festa – esagerati! – nelle mie mutande”), qui un esempio – più sobrio – in italiano, qui (e qui sotto forma di video)  una breve spiegazione in italiano, e qui diverse idee per il fai-da-te.

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[Luci e Lydia di Party in my Pants, forse per sottolineare la bontà dei loro prodotti – che oltretutto potete provare a prezzo ridotto se è la prima volta che li comprate – ve li recapitano omaggiandovi anche di un cioccolatino fondente, biologico, equosolidale… e svizzero! Oibò, ha fatto un po’ di km prima di arrivare da noi!!!!]

pip-equocioccolatino-omaggio

Le indicazioni d’uso, sommariamente, sarebbero: usateli, sciacquateli grossolanamente in una bacinella (con o senza sapone, dipende) e buttateli in lavatrice col resto del bucato. Ora, il bucato lo si farebbe comunque, per cui le uniche cose che non tornano del tutto sono il prelavaggio manuale – per cui si impiega altro sapone che poi finisce in mare, ecc… – e le possibili precauzioni sanitarie che supponiamo si debbano prendere durante il lavaggio specie per quelli in fibra sintetica (ma se tra le lettrici ce ne fosse qualcuna che può darci spiegazioni condividendo la propria esperienza, meglio). Comunque questa soluzione sembra migliore rispetto a quella proposta dall’assorbente vecchio stile; anzi, vi linkiamo anche l’equivalente per bebè (che, va detto, in termini di tempo ci sembra un poco impegnativo).

E non finisce qui: alcuni siti suggeriscono di sostituire l’assorbente interno direttamente con una spugna marina (cliccate ad esempio su “sea sponge tampons” all’interno di questo sito)  ma in merito ci sembra ragionevole mantenere alcune perplessità, specie se non si ha sempre a disposizione tutto il tempo che serve per prendere le precauzioni igieniche assolutamente necessarie (e, per i vegani, ci sarebbero altre obiezioni anche più incontrovertibili: la spugna è un animale!).

Se volete confrontare agevolmente tutte le alternative trattate finora potete dare un’occhiata a questo sito che le vende praticamente tutte (e ha persino un servizio di live chat che non abbiamo approfondito).

Veniamo adesso alle nostre conclusioni. In termini di risultati finali e di impegni di manutenzione la coppa mestruale sembra la scelta migliore (di solito basta una breve bollitura a fine ciclo).

bollitura-coppe-mestruali-by-jaulleixe

Tuttavia per chi sta fuori casa tante ore e non sempre con la possibilità di lavarsi adeguatamente le mani (il ricorso a una bottiglietta d’acqua per il risciacquo della coppetta prima dell’immediato riutilizzo, così come suggerito in diversi forum, non ci ispira troppo. E alla disinfezione delle mani, prima del reinserimento della coppa, come si provvede?). A questo punto potrebbe allora subentrare l’abbinamento di un assorbente lavabile o, come ultima ratio, di un (sedicente) assorbente biodegradabile.

Purtroppo la soluzione “combinata” non risolve definitivamente il problema. Ma immaginiamo quanto può ridurlo!

Abbiamo provato a fare un calcolo molto banale. Prendiamo una donna media, con un ciclo regolare di 5-6 giorni, di cui si presume almeno due abbiano un flusso abbastanza consistente. Supponiamo che usi la coppetta mestruale solo per tre volte nell’intero ciclo, riducendo il suo consumo usuale di assorbenti di tre unità/mese. Quanti assorbenti risparmierà nel corso della sua vita fertile?

3 [assorbenti] x 12 [cicli all’anno] x 40 [ipotesi di durata della sua vita fertile in n° di anni] = 1.440 assorbenti.

Consideriamo un assorbente per flussi medio-abbondanti (una tipologia non difficilmente sostituibile dalla coppetta), con le ipotetiche misure in mm 150 x 50 x 6, quindi con volume 45 cm cubi. In base ai calcoli di cui sopra una sola donna, usando la coppa tre sole volte all’interno del proprio ciclo, può evitare l’accumulo di 648.000 cm cubi di spazzatura non riciclabile né biodegradabile nell’arco della propria vita fertile.

Se, arrotondando, possiamo considerare un risparmio di o,6 metri cubi per donna, quanta spazzatura in meno potrebbero produrre, da sole, le femmine nate in Italia nel 2007 (30412846 unità):

0,6 x 30412846 x 40 = 729.908.304

Quasi settecentotrenta milioni di metri cubi di rifiuti solidi non biodegradabili. Per tradurvi questo volume in un esempio concreto, l’ipotetico Progetto Ecolevante presentato nel 2006 per una discarica dalle dimensioni piuttosto impegnative da situarsi in provincia di Bari, proponeva lo stoccaggio di circa 8.500.000 metri cubi di rifiuti.

In conclusione, se tutte le nate nel 2007 riuscissero a risparmiare solo 3 assorbenti a capacità medio-alta ogni mese nel corso di tutta la vita, eviterebbero la creazione di almeno una ottantina di grandi discariche (per non parlare del risparmio in termini di trattamento del percolato che altrimenti ne deriverebbe, di bonifica del terreno contaminato, ecc…): quasi una per provincia.  Figuriamoci cosa accadrebbe se a tale riduzione di rifiuti partecipassero anche altre coorti di donne.

Vi sembra poco?

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Lacrime giapponesi, festività italiane.

Per prudenza siamo abituati a fare progetti preventivando le ipotesi peggiori, così se poi dovesse andare tutto bene, tanto meglio. Se invece andasse male, saremmo già preparati al peggio: non è infatti il non pensarci che elimina il problema.

Ora che terremoto, tsunami e centrali nucleari impazzite mettono a dura prova il Giappone (che è il Giappone!), i nuclearisti nostrani forse si stanno rendendo conto di aver abusato di ottimismo. Tuttavia il punto adesso non è piangere sul latte versato, ma ammettere la propria leggerezza, mettere da parte l’orgoglio, imparare da questa esperienza e andare avanti.

E mentre il resto del mondo inizia a tutelarsi contro le importazioni radioattive, il Parlamento Europeo va nel panico perché non sa come andrà a finire,  e la stampa mondiale non sottolinea come dovrebbe la quantità di millisievert/orari di radiazioni rilasciate dalla centrale di Fukushima, Akio Komori, director manager di Tepco, piange in pubblico e si assume le proprie responsabilità (o inizia a farlo).

komori-tepco

Intendiamoci: questo non ridurrà l’impatto del disastro in futuro, non risarcirà i parenti delle già troppe vittime, né esimerà chi di dovere dal’assumersi anche dinanzi alla legge le proprie responsabilità. Non cambierà, in concreto, niente. Ma dove lo troviamo, da noi, un politico, un top manager, una qualunque personalità di spicco che, avendo procurato con dolo o con colpa grave un danno alla comunità, pubblicamente piange e chiede scusa?

Consideriamo un esempio che non è sicuramente passato inosservato. In Italia è stata temporaneamente ma soprattutto recentemente istituita la Festà dell’Unità Nazionale. Unità che non poteva certo essere istituita da subito come ricorrenza, forse per tutto il sangue e il dolore pagato dai futuri cittadini di una così controversa nazione (date un’occhiata qui e qui per la questione meridionale e per il brigantaggio, qui per i lager sabaudi, qui per un ulteriore approfondimento che include anche la costruzione internazionale – anche massonica – dell’Unità italiana). Lo ricordano abbastanza, anzi, lo ammettono, innanzitutto, i manuali di storia della scuola dell’obbligo? A noi pare di no, ma se fosse, sicuramente in maniera molto blanda. E ancora adesso la radicata crisi del nostro Meridione (a prescindere, sottolineiamo, dalle sfortunate congiunture internazionali degli ultimi anni) è frutto di quella solenne spremitura di risorse postunitaria che tanto ha avvallato arretratezza economica, corruzione, criminalità organizzata e chi più ne ha più ne metta a beneficio – unilateralmente determinato – del “ricco” Nord. Ancora adesso il nostro Sud non ha dalle istituzioni non solo le dovute risposte, ma quantomeno le minime ammissioni di responsabilità. Il 17 marzo sembrerebbe dunque l’anniversario di un matrimonio riuscito male.

Con una scelta stilistica – ma verrebbe da dire morale – diametralmente opposta a quella nipponica, i vertici nazionali scelgono di fronteggiare le criticità con la strategia del bontempone:  facciamo che per quest’anno c’è un giorno di festa in più, così ci prendiamo 24 h di pausa dai nostri problemi sbandierando in giro il tricolore (la cui ispirazione remota è… francese! Viva l’originalità!). Panem et circenses, in sostanza, e amici come prima.

Se invece ci impuntassimo per festeggiare, eventualmente, solo dopo aver messo i puntini sulle i. Se scendessimo in piazza a protestare per ogni indegna porcheria con la stessa presenza e trasversalità intergenerazionale che si incontra quando l’Italia vince ai mondiali. Allora restituiremmo dignità alle nostre scelte: culturali, politiche, energetiche… Allora ci sarebbe un’arena di dibattito propriamente politica. Allora costruiremmo un mondo diverso.

Se nel nostro parlamento o nei consigli direttivi aziendali italiani ci fosse anche solo un timido piantino per ogni irreversibile errore compiuto con dolo o con colpa grave esisterebbero catini stracolmi di lacrime a tutti gli angoli. Ma questo non è mai accaduto né, forse, accadrà mai. E forse per questo, tornando alla questione di cui in apertura, alcuni continuano a tracciare il solco iniziale sfacciatamente, senza ragioni minimamente argomentate, senza lungimiranza. In una parola, senza responsabilità.

E le poche voci che propongono una terza via (ad esempio, questa) sembrano destinate a divenire le nuove Cassandre di una società in cui giusto e sbagliato sono solo opinioni non più riconducibili a dati di fatto.

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Hardware ecofriendly: tastiera e mouse in bambù.

 

bamboo_brando

Rispolveriamo, grazie anche a Farnocchia, questo post rimasto un po’ troppo a lungo in giacenza tra le nostre bozze.

Avevamo a suo tempo riportato una interessante descrizione dell’Asus Bamboo. La ASUS ci aveva positivamente colpiti per l’innovativo abbinamento metallo (e altro) – legno, che ci sembrava un primo (magari anche timido) passo in direzione dell’hardware 100% biodegradabile. Abbiamo accennato recentemente a innovazioni tecnologiche sensibili nei confronti dell’ambiente e proponiamo oggi una “soluzione” (?) per la vostra postazione fissa che potrebbe forse essere un’ulteriore avvicinamento alla nostra chimera…

tastiera-bamboo-brando

Questa tastiera USB dalla scocca in bambù prodotta da Brando ha 106 tasti (anch’essi in bambù, importante differenza rispetto ad altri modelli, tipo questo), misura 395 x 155 x 20mm (più 1,5m di cavo) è supportata sia da sistemi operativi Windows che Linux.

Non è esattamente una tastiera leggera (pesa oltre un kg, inclusi quasi 90g di mouse ottico), né  troppo economica (costa all’incirca 40 euro); tuttavia il suo acquisto potrebbe essere programmabile nell’ottica di una notevole riduzione del danno futuro per l’ambiente.

brando-bamboo-mouse

Infatti, supponendo che peso e soprattutto costo per voi non rappresentino un problema, e considerando che non l’abbiamo mai avuta sotto mano (per cui non sappiamo se i vostri/nostri polpastrelli incontreranno la stessa scorrevolezza a cui finora ci hanno abituati tastiere come quelle della Trust) possiamo valutare l’aspetto del design (che non risulta affatto “appesantito” nonostante la consistenza indubbiamente più massiccia) e, soprattutto, l’impatto di tale articolo in termini di e-waste.

Quanto è vero che il legno è un cattivo conduttore, non potevamo certo pretendere (in base all’attuale livello di conoscenze tecnologiche, obviously) che anche i circuiti fossero di origine vegetale ^_^ Riconosciamo invece che queste periferiche (come anche altri equivalenti in bambù che non riportiamo in questa sede solo per esigenza di brevità), per quanto ci è stato possibile apprendere spulciando internet,  “biodegradabilizzano” il “biodegradalizzabile”, riducendo appunto il danno, per così dire, ex post.

Lecito semmai – a voler trovare il pelo nell’uovo come si confà a due criticoni come noi – interrogarsi sul non ben tematizzato ex ante e augurarsi, come si auspica anche qui, che la loro produzione non comprometta la tutela della Natura.

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“Condominio” biologico.

Una presumibile prova del fatto che la vostra insalata è cresciuta come avveniva qualche secolo fa l’avete quando scoprite che è la residenza di un discreto quantitativo di lumache, limacce e afidi. Delle prime abbiamo già parlato, delle seconde e dei terzi proponiamo una breve scheda seguita da alcune foto scattate durante la fase di sfollamento dell’insalata (il pre-“lavaggio con il bicarbonato”), eseguita con l’ausilio di punta delle dita, stuzzicadenti e tanta, tanta pazienza.

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[a chi pensasse che il “prelavaggio” sia la fase più impegnativa, ricordiamo che i suddetti vanno successivamente liberati uno per uno…]

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limax_by_jaulleixe limaccia2_by_jaulleixe

Un bel forum per approfondire il mondo dei gasteropodi lo trovate qui.

Sugli afidi invece abbiamo trovato questo interessante file.

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Benvenga l’ecotech!

Nell’attuale era digitale, nonostante l’informatica sembri irrinunciabile per soddisfare bisogni probabilmente più indotti che non effettivi (specie per gli occidentali), vige il paradosso per cui non si può sempre decidere di acquistare il prodotto che davvero si vorrebbe, o per inaccessibilità alle informazioni corrette (o complete) sull’oggetto cercato o per carenza di alternative, in quel momento, sul mercato.

Partendo da una possibilità di scelta concreta così limitata  spesso l’etica è la prima variabile, tra quelle da prendere in considerazione al momento di pianificare un acquisto, ad essere messa da parte, seguita a breve distanza dal gusto. Ma il c.d. consumatore medio (categoria a cui prima o poi capita a tutti di assomigliare) non se ne cura troppo, e la tecnologia informatica continua a riempire le nostre case dei prodotti più disparati; e purtroppo anche l’ambiente naturale ne è ormai invaso (abbiamo già accennato, in proposito, all’ e-waste).

eco_tastiera_kraun

Di fronte a un improbabile cambiamento radicale della domanda di hi-tech (sicuramente non nel breve periodo) diventa allora necessaria una nuova strategia di consumo, più attenta al riciclaggio dei materiali e, magari, al ricorso a sostanze che si degradino a prescindere dall’intervento umano, potendo essere “riassorbite” automaticamente dalla perfetta macchina della natura (l’apogeo dell’ eco-friendly, insomma!). Tuttavia, mantenendo delle aspettative ecologicamente “moderate” potremmo intanto accontentarci di prodotti utilizzabili con pile ricaricabili (cosa che comunque riduce, come sappiamo, il consumo delle dannosissime “usa e getta”).

eco-tastiera-kraun-dettaglio

Il punto è che, per quanto riguarda la nostra esperienza, per reperire nel mercato dei prodotti che soddisfino almeno uno di questi requisiti bisogna faticare parecchio; se ne trovano solitamente un numero limitato, e per di più di dimensioni principalmente contenute (periferiche per lo più esterne come per esempio le tastiere, i mouse o i mini pannelli solari per ricaricare il cellulare, lettori mp3, videocamere ecc. ..).

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Ultimamente, però, alcuni marchi stanno iniziando a investire anche in direzioni più consistenti. Per esempio:

Ovviamente questi oggetti non possono inaugurare da soli una nuova filosofia dell’hi-tech, (o, al limite, una nuova moda), e quindi affinché conquistino una fetta consistente del mercato del “consumismo tecnologico esasperato” bisogna comprarli, diffonderli, parlarne…

[mantenendo comunque delle riserve intorno al concetto di esasperazione: va bene desiderare qualcosa, ma magari potremmo cominciare a contenerci e cominciare a desiderare qualcosina di meno!]

Dalla loro hanno, oltretutto, anche un’alta qualità ed affidabilità, per cui non sarebbe una cattiva idea, per i prossimi acquisti, rivolgersi a un rivenditore autorizzato di una marca che propone prodotti ecotech invece che al solito supermercato, megastore o che dir si voglia.

Ne rimarremo doppiamente soddisfatti ^_^

[nelle foto avete visto alcune nostre eco periferiche della Kraun - Ice-cream Keyboard Black-Berry e Mouse Ice-Cream - prodotte nel rispetto dei requisiti del Programma Ecodigitale]

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Ne vedrete delle belle! – tutta la verità su cosmetici & co.

Julie e Annamaria  un bel giorno si misero d’accordo per far due passi, senza immaginare che uno yoghurtino serale sarebbe stato l’occasione di incontro tra i canoni estetici – e non solo – di due diversi continenti.

Stavano tirando su le ultime gocce di yoghurt (ok, ok, c’era anche un sacco di cioccolato fuso in mezzo) quando le due bambine – assolutamente mai viste prima – con cui dividevano la panchina “traslarono” da un estremo all’altro…

“Perché non vi truccate?” chiesero quasi subito Aua e Daba, andando al sodo. Non era possibile dare delle impertinenti a queste piccoline, che non facevano 13 anni in due, e sprizzavano energia da tutti i pori, dando  dritte in materia di look, “insegnando” come conquistare un fidanzato o ballare waka waka!

Per una ragione tutt’ora ignota, però, quei pimpanti boccioli d’Africa decisero che Julie sarebbe stata oggetto di un radicale restyling. E con un paio di “rifornimenti” dal furgone dei genitori (la cui bancarella di artigianato africano era a due passi) organizzarono tutto il necessaire, dal loro punto di vista, o una quantomeno bizzarra tavolozza di make up, da quello di Julie.

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Sotto lo sguardo divertito di Annamaria (che ringraziamo per le foto), il fenotipo scandinavo di Julie venne illuminato dai colori intensi, caldi e sgargianti (glitter a volontà!) fino ad allora destinati ad una pelle d’ebano; e, al di là dei metodi poco ortodossi di distribuzione dei cosmetici (brillantini rollati in quantità industriali ovunque, rossetti e ombretti che si scambiano la destinazione d’uso, dita che premono sugli occhi come pulsanti…), il quesito jaulleixiano che si faceva strada nella  mente della “vittima” era: cosa mi si sta stratificando sulla faccia? Cosa potrebbe comportare un tale mischione? Quanto resisterò in questo stato?

[per la cronaca: più piccole sono le bambine, più sono tipe toste. E Aua e Daba lo erano anche più della media… Annamaria si è salvata da un  loro “trattamento” per miracolo, e comunque non prima di aver sottostato a un loro “interrogatorio”]

Il tutto soltanto per introdurvi un’altra maniera di farvi del male – psicologico – anche quando pensate a farvi belli/e o anche solo a lavarvi: la nostra nuova categoria “estetica e cosmetica”.

Chi condivide il nostro approccio alla consapevolezza immaginerà a cosa sta andando incontro, perché come minimo è già incappat* in siti come quello, celeberrimo, di Barbara3 (se non lo conoscete date un’occhiatina almeno qui).

Il punto è – avete cliccato sulla pagina appena consigliata, vero? – che non tutti i venditori hanno avuto il percorso di Barbara3 (quindi scordatevi, in linea di massima, di avere le informazioni che desiderate chiedendo sul momento in negozio) e che il cosmetico in sé non viene solitamente prodotto a seguito di un processo di condivisione di tutti passaggi che iniziano con la selezione delle materie prime e finiscono con la distribuzione del cosmetico finito sugli scaffali dei negozi.

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In 8 minuti e 18 secondi potete avere un riassunto essenziale ma piuttosto esauriente della questione (e qui e qui potete sostenere la relativa campagna per una cosmetica più salubre).

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Comunque, specie se non vi sconfinferasse troppo l’esposizione in inglese, ecco un’argomentazione per grandi linee delle problematiche legate agli ingredienti cosmetici.

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Come per il settore alimentare, riteniamo opportuno e necessario leggere leggere leggere e ancora leggere. La materia è oltremodo vasta e per cominciare a fare ordine consigliamo il libro Senza trucco. Cosa c’è, davvero, nei cosmetici che usiamo ogni giorno di Nadia Tadioli (che ha in comune con Barbara3 l’ammirazione per Fabrizio Zago e il suo Biodizionario).

Un primo problema da affrontare sono le disposizioni legislative in materia di cosmetici (per l’Italia, ad, esempio, queste). Un secondo problema riguarda invece l’effettiva controllabilità degli ingredienti da parte del consumatore.

La normativa europea dovrebbe essere tra le più sicure al mondo, in quanto la lista delle sostanze proibite e di quelle ammesse viene aggiornata in maniera costante tramite il lavoro di una équipe di professionisti (coadiuvata da un Working Group on Cosmetics che riunisce produttori [!], consumatori, ecc…) che dovrebbero essere rinnovati periodicamente. L’Europa, in sostanza, rimane la patria del principio di precauzione; ma non è detto che all’applicazione di tale principio consegua necessariamente una maggiore giustizia (p. es. nei confronti della Natura)  o una maggiore trasparenza.

Vediamo perché.

Come riporta la Tadioli, “ogni ingrediente, dei circa tredicimila [!!!] in commercio, è stato testato”: non dovrebbero, in sostanza, essere distribuiti cosmetici contenenti ingredienti dannosi per la salute umana. Ma niente ci garantisce contro gli effetti secondari che gli stessi possono avere sull’ambiente e sugli animali.

I secondi in realtà, hanno sicuramente già sofferto, nel nome del mors tua, vita mea. La sperimentazione su esseri viventi diversi diversi da noi non fornirà mai garanzie al 100% sulla sicurezza per  la salute umana (e ci sarebbero anche delle alternative scientificamente valide ) tuttavia non esistono molti ingredienti di cui non si possa affermare con sicurezza che non siano MAI stati testati neppure una volta. Il logo Cruelty Free, ad esempio, indica soltanto che il prodotto finito non è stato testato testato sugli animali, mentre gli ingredienti che lo compongono (non certo di recente invenzione: per questi purtroppo sarebbe “necessario” il test) non sono stati più stati testati a partire dalla c.d. cut off date. Quindi il coniglietto salterellino vi garantisce soltanto l’impegno del produttore a non alimentare ulteriormente la vivisezione. Per essere sicuri di non essere mai stati complici della vivisezione, insomma, bisognerebbe non aver MAI usato un prodotto cosmetico, cosa oggi improbabile anche per fattori igienici e di educazione. Tuttavia abbiamo la possibilità di opporci, in un modo o nell’altro, alla perpetuazione del triste fenomeno, per esempio dichiarandoci obiettori secondo i consigli di questa guida e aderendo a petizioni (come questa o questa).

Torniamo però alle leggi in materia di cosmesi.

Innanzitutto, un prodotto cosmetico NON può vantare finalità terapeutiche. Altrimenti sarebbe un presidio medico chirurgico (oltretutto, pure scaricabile dalle tasse).

Sopra ogni confezione, deve essere riportato il lotto di produzione (per bloccare eventuali prodotti dannosi), il paese d’origine (se extraeuropeo), funzione, quantità e precauzioni d’uso del contenuto.

Anche la scadenza è obbligatoria; per i prodotti che durano più di 30 mesi, in particolare, si parla di Period after opening o PAO (durata del prodotto una volta aperto).

L’etichetta, infine, deve riportare gli ingredienti secondo la nomenclatura INCI (quelli di origine vegetale, non manipolati, sono scritti in latino,  quelli chimicamente trattati solo in inglese) elencandoli in ordine decrescente di quantità (fino all’1%. Le percentuali inferiori seguono in ordine sparso).

Potreste addirittura riuscire memorizzarne alcuni. Infatti, per vostra fortuna, esistono aree geografiche (corrispondenti all’incirca ai continenti) di prevalenza di alcuni ingredienti cosmetici e assenza di altri (come verificabile, meglio con un browser diverso da Internet Explorer, qui), per cui dopo un po’ di allenamento vi accorgerete che, specie nella grande distribuzione, gli ingredienti maggiormente diffusi sono sempre i soliti (e questo dovrebbe anche aiutarvi a capire come investire oculatamente i vostri soldini, salutisti o no che siate).

Questo è quanto vi serve per leggere l’etichetta.

Più scervellante la questione della scelta dei prodotti finiti.

Pensando solo alla salute umana, ad esempio, non è detto che escludere a priori tutto ciò che è sintetico sia giusto. Lo spiega l’esempio di Zago nell’introdurre il già incontrato Biodizionario:

tutto è relativo. In assoluto il Bitrex (Denatonium Benzoate) è una brutta molecola, sintetica, ottenuta esclusivamente in laboratorio, ebbene la sua funzione d’uso è talmente importante (impedisce l’ingestione dei prodotti da parte di bambini, non vedenti, eccetera) che io lo considero come una sostanza assolutamente da consigliare.

Anche l’interpretazione e valutazione di quanto emerge dall’INCI  (sbizzarritevi con questo database di etichette!) non è facile: da un lato, molto dipende dalla posizione di un ingrediente all’interno della lista degli ingredienti, dall’altro questo settore è, come tanti altri, esposto a frodi e “omissioni” del tutto inaspettati (come può autodeterminarsi il consumatore dinanzi, ad esempio, al c.d. segreto industriale?).

Alcuni potrebbero rinunciare all’interpretazione delle singole etichette (una regola di emergenza che spezzo ci azzecca è di preferire, nell’impossibilità di capire gli ingredienti, il prodotto che ne ha meno), e affidarsi a libri o siti che valutano al posto loro il prodotto finito, come il Cosmetics Database.

O a settori cosmetici specifici, come quello proposto dall’erboristeria.

Chi segue questa seconda strada, di solito, cerca di incrociare più parametri per una tutela ad ampio spettro: salute umana, animale (nessuno pensa ai vegan? ricordate che per loro vanno bene solo i prodotti 100% VEGETALI, cosa non sempre garantita dal marchio Cruelty Free!), ambiente, ecc. E magari avere maggiore scelta di prodotti biologici (in linea di massima piuttosto costosi).

La solita commessa furbacchiona a quel punto proporrà, simulando un rapporto del tipo specialità medicinale-farmaco equivalente, “questo prodotto che, assolutamente, è fatto tutto in maniera biologica, ma non ha la [necessaria!] certificazione perché costava troppo”.

Diciamo che si può dare il caso di un’azienda povera ma valida. Tuttavia, se tutte le aziende si autodefinissero biologiche, chi garantirebbe della serietà del marchio bio? E’ per questo che l’ICEA ha predisposto un programma gratuito (Icea Cosmetic Check) a cui tutti possono accedere previa registrazione e che “riconosce ognuna delle quasi 9000 sostanze, in costante aggiornamento, registrate nell’inventario europeo degli ingredienti utilizzabili dall’industria cosmetica (Inci)”.

Queste ultime argomentazioni sembrerebbero spezzare una lancia a favore delle erboristerie. Tuttavia, rinviando ad altra sede lo sfatamento del mito “acquisto erboristico = prodotto 100% naturale”, quello che ci sentiamo di sostenere in base alla nostra esperienza, ricalcando peraltro quanto già detto in ambito alimentare, è che NON CI SI PUO’ FIDARE A PRIORI NE’ DI MARCHE, NE’ DI INTERE LINEE/SETTORI DI PRODOTTI. Per ridurre ampiamente il margine di errore bisognerebbe controllare pazientemente i singoli acquisti, o individuare qualcuno/qualcosa che sappia farlo per te.

Dobbiamo dunque arrenderci a incanutirci facendo la spesa? Dipende da voi.

Noi, nonostante il frequente ricorso a “semplificatori della complessità” su  modello di questa tabella, cerchiamo di delegare a terzi il meno possibile. La guida della Tadioli (ma anche quella, già incontrata, di Statham) sta diventando un valido supporto al momento di fare acquisti nella consapevolezza, ovviamente, della necessità di integrare il tutto con un po’ di buon senso e, se possibile, con nozioni base di dermatologia, biologia, ecc… (c’è sempre tantissimo da studiare!). E ricordando che comunque difficilmente si arriverebbe a un esito assolutamente certo, perché ogni individuo è diverso dall’altro.

Naturalmente ci sono  moltissime altre tipologie di consumatore. Molti si focalizzano solo su  battaglie specifiche (salute umana, diritti degli animali, diritti dei lavoratori…). Altri si affidano alle grandi marche. Altri ancora se ne fregano nel nome dell’assoluto risparmio. Voi decidete da che parte stare. Nel frattempo, però, siate almeno un po’ diffidenti dinanzi alle solite scritte “delicato” o “per bambini”, in assenza di altre conferme di bassa nocività del prodotto (San Tommaso, se fosse arrivato a leggere fino qua, sarebbe quantomeno curioso di verificare cose c’è davvero dentro il suo Johnson’s Baby Shampo alla Camomilla!).

julie_e_annamaria_sotto_il_foulard

Oppure risolvete i vostri problemi estetici altrimenti – per esempio, come suggerito dalle nostre protagoniste iniziali, girovagando coperti/e da un velo ;-)

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Cuor di patata.

Anche la visita dal verduraio può avere risvolti poetici:

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un tubero dalla forma emozionante, ad esempio.

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