Julie e Annamaria un bel giorno si misero d’accordo per far due passi, senza immaginare che uno yoghurtino serale sarebbe stato l’occasione di incontro tra i canoni estetici – e non solo – di due diversi continenti.
Stavano tirando su le ultime gocce di yoghurt (ok, ok, c’era anche un sacco di cioccolato fuso in mezzo) quando le due bambine – assolutamente mai viste prima – con cui dividevano la panchina “traslarono” da un estremo all’altro…
“Perché non vi truccate?” chiesero quasi subito Aua e Daba, andando al sodo. Non era possibile dare delle impertinenti a queste piccoline, che non facevano 13 anni in due, e sprizzavano energia da tutti i pori, dando dritte in materia di look, “insegnando” come conquistare un fidanzato o ballare waka waka!
Per una ragione tutt’ora ignota, però, quei pimpanti boccioli d’Africa decisero che Julie sarebbe stata oggetto di un radicale restyling. E con un paio di “rifornimenti” dal furgone dei genitori (la cui bancarella di artigianato africano era a due passi) organizzarono tutto il necessaire, dal loro punto di vista, o una quantomeno bizzarra tavolozza di make up, da quello di Julie.

Sotto lo sguardo divertito di Annamaria (che ringraziamo per le foto), il fenotipo scandinavo di Julie venne illuminato dai colori intensi, caldi e sgargianti (glitter a volontà!) fino ad allora destinati ad una pelle d’ebano; e, al di là dei metodi poco ortodossi di distribuzione dei cosmetici (brillantini rollati in quantità industriali ovunque, rossetti e ombretti che si scambiano la destinazione d’uso, dita che premono sugli occhi come pulsanti…), il quesito jaulleixiano che si faceva strada nella mente della “vittima” era: cosa mi si sta stratificando sulla faccia? Cosa potrebbe comportare un tale mischione? Quanto resisterò in questo stato?
[per la cronaca: più piccole sono le bambine, più sono tipe toste. E Aua e Daba lo erano anche più della media… Annamaria si è salvata da un loro “trattamento” per miracolo, e comunque non prima di aver sottostato a un loro “interrogatorio”]
Il tutto soltanto per introdurvi un’altra maniera di farvi del male – psicologico – anche quando pensate a farvi belli/e o anche solo a lavarvi: la nostra nuova categoria “estetica e cosmetica”.
Chi condivide il nostro approccio alla consapevolezza immaginerà a cosa sta andando incontro, perché come minimo è già incappat* in siti come quello, celeberrimo, di Barbara3 (se non lo conoscete date un’occhiatina almeno qui).
Il punto è – avete cliccato sulla pagina appena consigliata, vero? – che non tutti i venditori hanno avuto il percorso di Barbara3 (quindi scordatevi, in linea di massima, di avere le informazioni che desiderate chiedendo sul momento in negozio) e che il cosmetico in sé non viene solitamente prodotto a seguito di un processo di condivisione di tutti passaggi che iniziano con la selezione delle materie prime e finiscono con la distribuzione del cosmetico finito sugli scaffali dei negozi.

In 8 minuti e 18 secondi potete avere un riassunto essenziale ma piuttosto esauriente della questione (e qui e qui potete sostenere la relativa campagna per una cosmetica più salubre).

Comunque, specie se non vi sconfinferasse troppo l’esposizione in inglese, ecco un’argomentazione per grandi linee delle problematiche legate agli ingredienti cosmetici.

Come per il settore alimentare, riteniamo opportuno e necessario leggere leggere leggere e ancora leggere. La materia è oltremodo vasta e per cominciare a fare ordine consigliamo il libro Senza trucco. Cosa c’è, davvero, nei cosmetici che usiamo ogni giorno di Nadia Tadioli (che ha in comune con Barbara3 l’ammirazione per Fabrizio Zago e il suo Biodizionario).
Un primo problema da affrontare sono le disposizioni legislative in materia di cosmetici (per l’Italia, ad, esempio, queste). Un secondo problema riguarda invece l’effettiva controllabilità degli ingredienti da parte del consumatore.
La normativa europea dovrebbe essere tra le più sicure al mondo, in quanto la lista delle sostanze proibite e di quelle ammesse viene aggiornata in maniera costante tramite il lavoro di una équipe di professionisti (coadiuvata da un Working Group on Cosmetics che riunisce produttori [!], consumatori, ecc…) che dovrebbero essere rinnovati periodicamente. L’Europa, in sostanza, rimane la patria del principio di precauzione; ma non è detto che all’applicazione di tale principio consegua necessariamente una maggiore giustizia (p. es. nei confronti della Natura) o una maggiore trasparenza.
Vediamo perché.
Come riporta la Tadioli, “ogni ingrediente, dei circa tredicimila [!!!] in commercio, è stato testato”: non dovrebbero, in sostanza, essere distribuiti cosmetici contenenti ingredienti dannosi per la salute umana. Ma niente ci garantisce contro gli effetti secondari che gli stessi possono avere sull’ambiente e sugli animali.
I secondi in realtà, hanno sicuramente già sofferto, nel nome del mors tua, vita mea. La sperimentazione su esseri viventi diversi diversi da noi non fornirà mai garanzie al 100% sulla sicurezza per la salute umana (e ci sarebbero anche delle alternative scientificamente valide ) tuttavia non esistono molti ingredienti di cui non si possa affermare con sicurezza che non siano MAI stati testati neppure una volta. Il logo Cruelty Free, ad esempio, indica soltanto che il prodotto finito non è stato testato testato sugli animali, mentre gli ingredienti che lo compongono (non certo di recente invenzione: per questi purtroppo sarebbe “necessario” il test) non sono stati più stati testati a partire dalla c.d. cut off date. Quindi il coniglietto salterellino vi garantisce soltanto l’impegno del produttore a non alimentare ulteriormente la vivisezione. Per essere sicuri di non essere mai stati complici della vivisezione, insomma, bisognerebbe non aver MAI usato un prodotto cosmetico, cosa oggi improbabile anche per fattori igienici e di educazione. Tuttavia abbiamo la possibilità di opporci, in un modo o nell’altro, alla perpetuazione del triste fenomeno, per esempio dichiarandoci obiettori secondo i consigli di questa guida e aderendo a petizioni (come questa o questa).
Torniamo però alle leggi in materia di cosmesi.
Innanzitutto, un prodotto cosmetico NON può vantare finalità terapeutiche. Altrimenti sarebbe un presidio medico chirurgico (oltretutto, pure scaricabile dalle tasse).
Sopra ogni confezione, deve essere riportato il lotto di produzione (per bloccare eventuali prodotti dannosi), il paese d’origine (se extraeuropeo), funzione, quantità e precauzioni d’uso del contenuto.
Anche la scadenza è obbligatoria; per i prodotti che durano più di 30 mesi, in particolare, si parla di Period after opening o PAO (durata del prodotto una volta aperto).
L’etichetta, infine, deve riportare gli ingredienti secondo la nomenclatura INCI (quelli di origine vegetale, non manipolati, sono scritti in latino, quelli chimicamente trattati solo in inglese) elencandoli in ordine decrescente di quantità (fino all’1%. Le percentuali inferiori seguono in ordine sparso).
Potreste addirittura riuscire memorizzarne alcuni. Infatti, per vostra fortuna, esistono aree geografiche (corrispondenti all’incirca ai continenti) di prevalenza di alcuni ingredienti cosmetici e assenza di altri (come verificabile, meglio con un browser diverso da Internet Explorer, qui), per cui dopo un po’ di allenamento vi accorgerete che, specie nella grande distribuzione, gli ingredienti maggiormente diffusi sono sempre i soliti (e questo dovrebbe anche aiutarvi a capire come investire oculatamente i vostri soldini, salutisti o no che siate).
Questo è quanto vi serve per leggere l’etichetta.
Più scervellante la questione della scelta dei prodotti finiti.
Pensando solo alla salute umana, ad esempio, non è detto che escludere a priori tutto ciò che è sintetico sia giusto. Lo spiega l’esempio di Zago nell’introdurre il già incontrato Biodizionario:
“tutto è relativo. In assoluto il Bitrex (Denatonium Benzoate) è una brutta molecola, sintetica, ottenuta esclusivamente in laboratorio, ebbene la sua funzione d’uso è talmente importante (impedisce l’ingestione dei prodotti da parte di bambini, non vedenti, eccetera) che io lo considero come una sostanza assolutamente da consigliare.”
Anche l’interpretazione e valutazione di quanto emerge dall’INCI (sbizzarritevi con questo database di etichette!) non è facile: da un lato, molto dipende dalla posizione di un ingrediente all’interno della lista degli ingredienti, dall’altro questo settore è, come tanti altri, esposto a frodi e “omissioni” del tutto inaspettati (come può autodeterminarsi il consumatore dinanzi, ad esempio, al c.d. segreto industriale?).
Alcuni potrebbero rinunciare all’interpretazione delle singole etichette (una regola di emergenza che spezzo ci azzecca è di preferire, nell’impossibilità di capire gli ingredienti, il prodotto che ne ha meno), e affidarsi a libri o siti che valutano al posto loro il prodotto finito, come il Cosmetics Database.
O a settori cosmetici specifici, come quello proposto dall’erboristeria.
Chi segue questa seconda strada, di solito, cerca di incrociare più parametri per una tutela ad ampio spettro: salute umana, animale (nessuno pensa ai vegan? ricordate che per loro vanno bene solo i prodotti 100% VEGETALI, cosa non sempre garantita dal marchio Cruelty Free!), ambiente, ecc. E magari avere maggiore scelta di prodotti biologici (in linea di massima piuttosto costosi).
La solita commessa furbacchiona a quel punto proporrà, simulando un rapporto del tipo specialità medicinale-farmaco equivalente, “questo prodotto che, assolutamente, è fatto tutto in maniera biologica, ma non ha la [necessaria!] certificazione perché costava troppo”.
Diciamo che si può dare il caso di un’azienda povera ma valida. Tuttavia, se tutte le aziende si autodefinissero biologiche, chi garantirebbe della serietà del marchio bio? E’ per questo che l’ICEA ha predisposto un programma gratuito (Icea Cosmetic Check) a cui tutti possono accedere previa registrazione e che “riconosce ognuna delle quasi 9000 sostanze, in costante aggiornamento, registrate nell’inventario europeo degli ingredienti utilizzabili dall’industria cosmetica (Inci)”.
Queste ultime argomentazioni sembrerebbero spezzare una lancia a favore delle erboristerie. Tuttavia, rinviando ad altra sede lo sfatamento del mito “acquisto erboristico = prodotto 100% naturale”, quello che ci sentiamo di sostenere in base alla nostra esperienza, ricalcando peraltro quanto già detto in ambito alimentare, è che NON CI SI PUO’ FIDARE A PRIORI NE’ DI MARCHE, NE’ DI INTERE LINEE/SETTORI DI PRODOTTI. Per ridurre ampiamente il margine di errore bisognerebbe controllare pazientemente i singoli acquisti, o individuare qualcuno/qualcosa che sappia farlo per te.
Dobbiamo dunque arrenderci a incanutirci facendo la spesa? Dipende da voi.
Noi, nonostante il frequente ricorso a “semplificatori della complessità” su modello di questa tabella, cerchiamo di delegare a terzi il meno possibile. La guida della Tadioli (ma anche quella, già incontrata, di Statham) sta diventando un valido supporto al momento di fare acquisti nella consapevolezza, ovviamente, della necessità di integrare il tutto con un po’ di buon senso e, se possibile, con nozioni base di dermatologia, biologia, ecc… (c’è sempre tantissimo da studiare!). E ricordando che comunque difficilmente si arriverebbe a un esito assolutamente certo, perché ogni individuo è diverso dall’altro.
Naturalmente ci sono moltissime altre tipologie di consumatore. Molti si focalizzano solo su battaglie specifiche (salute umana, diritti degli animali, diritti dei lavoratori…). Altri si affidano alle grandi marche. Altri ancora se ne fregano nel nome dell’assoluto risparmio. Voi decidete da che parte stare. Nel frattempo, però, siate almeno un po’ diffidenti dinanzi alle solite scritte “delicato” o “per bambini”, in assenza di altre conferme di bassa nocività del prodotto (San Tommaso, se fosse arrivato a leggere fino qua, sarebbe quantomeno curioso di verificare cose c’è davvero dentro il suo Johnson’s Baby Shampo alla Camomilla!).

Oppure risolvete i vostri problemi estetici altrimenti – per esempio, come suggerito dalle nostre protagoniste iniziali, girovagando coperti/e da un velo ;-)
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