Nelle trame (oscure) dell’ eco sartoria.

L’abito ancora non fa il monaco, mentre i materiali riciclati (tastiere incluse) possono vestire la top model. Che sta succedendo?

Si direbbe a prima vista che l’incipiente crisi economica abbinata a scandali come quelli denunciati da Greenpeace inerenti il pericolo di contaminazione “da tessuto”  o a quelli relativi allo sfruttamento degli operai nei paesi poveri (di cui ci stupiamo come fossero le ultime novità… quando magari siamo cresciuti leggendo La Capanna dello zio Tom!)  e alla progressiva riduzione delle risorse e quindi delle materie prime tessili stiano finalmente determinando un “sano” proliferare di iniziative di ampio respiro nel settore, per così dire, dell’eco sartoria.

Così nascono e si sviluppano nuovi modi di fare impresa, a partire dalla valorizzazione e recupero di antichi mestieri:questa appunto è una delle finalità della Camera Europea dell’Alta Sartoria, per la verità nata negli anni Novanta, a cui sono iscritti i migliori sarti italiani ed europei. Ed è la prassi quotidiana di laboratori come questo, che lavorano ancora a telaio, o questo, di ispirazione orientale.

Accanto a nuovi modi di produrre troviamo anche nuove interpretazioni di vecchi materiali (ad esempio qui o qui) o un nuovo spirito per vecchi metodi e tecniche (come potete vedere qui o qui).

Chi non può permettersi il regolare ricorso alla sarta ma ha il dono dell’inventiva è incentivato a far da sè, a volte con risultati di tutto rispetto. D’altronde, cucire anzi cucirsi le proprie cose oltre che ecologico è risparmioso, e a tal proposito merita un plauso questo bellissimo blog, da cui elenchiamo le prossime idee: riutilizzare le nostre t-shirt in disuso  e ricavarne un unico lungo filo da lavorare (qui); riutilizzare la lana infeltrita, cioè quella già lavorata di indumenti che non mettiamo più; dare una nuova chance alla lana e al cotone di vecchi indumenti fatti a maglia, disfacendoli; trasformare gli scarti tessili in perline; ancora riciclare la lana; assemblare ad anello tante striscioline di stoffa fino a farne una collana “riscaldante” (questa è piaciuta anche ad Armani!); e ancora, avreste mai pensato di tessere le vostre riviste?!?

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Spaventati/e? Tranquilli, per tutti c’è speranza, laboratori di moda etica sono ormai sempre più diffusi. Durante uno di questi, ad esempio, è nata una delle nostre buste in stoffe per la spesa: è costata poco, ha riutilizzato stoffa vecchia, permette di evitare i sacchetti di plastica, è un modello unico e ha fatto passare qualche ora in allegria con insegnanti e compagni di corso.

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Insomma, si partiva anni fa da una critica alla scarsa eticità della produzione nel settore alimentare, e si arriva oggi, su modello di Slow Food, allo Slow Fashion.  Un mondo che si basa su piccole e piccolissime produzioni e distribuzioni, e che bisogna allenarsi a scovare (come e in base a quali criteri? Provate a farvelo spiegare da lei, esperta, citiamo testualmente, di “moda dal basso”).

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Fin qui le buone intenzioni, e qualche buona prassi.

Adesso inizia la parte politically scorrect del post, quella che scava nei limiti, nelle contraddizioni e mette il dito nella piega… pardon, nella piaga.

Un primo scontro con la dura realtà avviene, come si può ben immaginare, sul piano economico. E’ facile notare ad esempio quanto proibitivi possano essere i costi di un capo in cotone biodinamico. E’ assolutamente vero che se pensassimo di comprare solo uno o due capi all’anno e basta, riciclando lentissimamente il nostro guardaroba, molti di noi se lo potrebbero permettere, ma occorre un cambio di prospettiva nel nostro modo di desiderare cose nuove, e nel nostro modo di valutare il prossimo. Perché è vero che uno può, lavando regolarissimamente i capi sporchi, vivere alternando i soliti 4-5 capi per stagione e basta. Ma tutte le convenzioni inerenti la necessità di indossare un look diverso per diverse circostanze, oltretutto stirato e inamidato (avete presente quanta corrente elettrica si risparmierebbe eliminando del tutto il ferro da stiro?) e simili… come la mettiamo?

In attesa che si arrivi a una ridefinizione dei valori all’interno della società (essere valutati per come si è e non per cosa si ha e per come si appare) dovreste sobbarcarvi degli aggiuntivi costi sociali. E, ammesso che voleste accollarveli, c’è un problema di salute non quantificabile. Ripartiamo dall’inizio: il rapporto Panni Sporchi di Greenpeace.

Se le così dette “grandi aziende”, intrinsecamente esposte a controlli (seppur radi) e conseguenti scandali, ci hanno fatto questo, oggi, riuscite a immaginare cosa possono aver combinato anonime sperdute aziende dal passato più remoto? Questo pone un primo interrogativo non solo sui prodotti tessili industriali, ma anche sui prodotti di sartoria che tessuti industriali comunque utilizzano e sul recupero/riutilizzo creativo degli uni e degli altri.

Non solo: come si può supporre di ottenere un tessuto “sano” se la materia prima originaria è stata ricavata da piante o animali sofferenti? Questa argomentazione spezza solo apparentemente una lancia a favore del biodinamico di cui poco sopra. Il mondo intero è un ecosistema, tutto è collegato a tutto il resto: solo, alcuni “contatti” sono immediati, altri sono più lenti. Ma non si può pensare assolutamente di isolare la propria azienduccia agricola dal Male mentre il resto del Pianeta, che condivide con te la stessa terra, la stessa aria e, gira che ti rigira (e finché ce ne sarà) la stessa acqua, lentamente muore. E’, banalizzando, un po’ come per la questione della vicinanza tra coltivazioni biologiche e coltivazioni OGM: definire i confini non impedisce le contaminazioni.

Porc… ma allora non c’è proprio speranza????

Dipende da cosa sperate. Partiamo innanzitutto dall’unico – per ora! – punto fisso: nelle attuali condizioni planetarie possiamo lavorare solo per la limitazione del danno. Tale limitazione si ha soprattutto chiedendo il meno possibile alla Terra, alla lettera: niente di nuovo, meno si produce ex novo, meglio è. Nel caso della sartoria, non solo andare a scovare vecchi vestiti, ma anche recuperare vecchie matasse, vecchi bottoni, vecchie tecnologie e pochissimo consumo energetico.

Viva chi ha la pazienza di far tutto a mano, allora. Ma anche viva chi ne ha il tempo: vorremmo vederlo l’operaio di un distretto industriale che fa il pendolare tutta la settimana alzandosi al mattino, rincasando dopo le 18 con ancora la spesa da fare, le bollette da pagare, i bambini da ascoltare, e il matrimonio del cugino in arrivo… ce lo vedete, voi, che si mette a cucine il suo giacchino elegante, lento, paziente, soprattutto con l’occhietto sveglio per non commettere errori che verranno immortalati nella foto ricordo?

Bene, rendiamoci allora conto che, per tutta una serie di ragioni molto intuitive a cui arriverete sicuramente da soli, nel settore dell’abbigliamento, come nel settore alimentare, in quello delle tecnologie ecc… lo stile di vita “duro e puro ecologico” è innanzitutto un lusso. Dal nostro punto di vista, convenuta la necessità di una buona dose di fatalismo per quello che non possiamo sapere (d’altronde i Romani si indussero deliberatamente il saturnismo durante l’alimentazione quotidiana, ma la cosa emerse solo molto, molto tempo dopo…) e di attivismo per quello che invece si potrebbe cambiare (largo al boicottaggio!), una discreta riduzione del nostro “impatto tessile” lo possiamo già avere:

- USANDO FINO ALLO SFINIMENTO I NOSTRI CAPI e la biancheria per la casa, ovviamente avendone cura affinché si guastino più tardi possibile;

- SCAMBIANDOLI CON CONOSCENTI, AMICI, PARENTI, MAN MANO CHE CAMBIAMO TAGLIA;

- LAVANDOLI E TRATTANDOLI CON PRODOTTI POCO AGGRESSIVI E QUINDI POCO – seppur impercettibilmente – CORROSIVI;

- COLTIVANDO UN PO’ DI SANO EGOCENTRISMO ED AUTOREFERENZIALITA’ ESTETICA: non c’è niente in voi che non va se con la roba di 6 anni fa vi sentite a posto, siete ( e siate!) voi la vostra moda.

- METTENDO DA PARTE QUALCHE SPICCIOLO PER LA SARTA, per le problematiche che non potete risolvere da voi relative a capi/lenzuoli, ecc… che possono dare ancora molto; oltretutto, se tutti ci rivolgessimo a lei anche solo saltuariamente, CREEREMMO PIU’ LAVORO;

Ecco dunque le cinque banalissime (seppur quasi “invisibili”) idee per uno starter set dell’eco…ehm… indossatore? Tessitore? Tessutore? Boh!, accessibile a tutti. Se poi ci sarà tempo e denaro, ben vengano innanzitutto l’assimilazione critica di contenuti (graduale, ci mancherebbe: all’inizio va bene anche solo un’infarinatura, su modello di questa guida descrittiva ai coloranti tessili naturali; per studi più elaborati avete tutta una vita davanti), e poi la scelta ragionata dell’eventuale nuova linea d’azione.

L’importante è rispettare almeno le regole base per la “resistenza green” : umiltà e consapevolezza.

Informazioni su Jaulleixe

cyberactivism, ecology, nature, art, music, trashware, vegetarianism, veganism, feminism, GIS, psichology, sociology, theology, wildness, trekking, woods, gender studies, fair trade, informatics, homemaking, raw food, retrocomputing, doodling, guerrilla gardening, modding... "Those who claim to care about the well-being of human beings and the preservation of our environment should become vegetarians for that reason alone. They would thereby increase the amount of grain available to feed people elsewhere, reduce pollution, save water and energy, and cease contributing to the clearing of forests. When nonvegetarians say that 'human problems come first' I cannot help wondering what exactly it is that they are doing for human beings that compels them to continue to support the wasteful, ruthless exploitation of farm animals." - Peter Singer, on "Animal Liberation"
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6 risposte a Nelle trame (oscure) dell’ eco sartoria.

  1. Giusy ha detto:

    Bel post.
    Alla fin fine mi rispecchio pienamente: sia come idee che per la necessità di agire in questo modo. D’altra parte, chi ha un budget limitato non può fare altrimenti. I pochi vestiti che hai li devi tenere con cura se non vuoi spendere soldi inutilmente. E in genere non puoi permetterti di comprare tanti capi di abbigliamento all’anno. Inoltre concordo profondamente sul fatto che ciascuno debba scegliere lo stile più consono alla propria personalità e alle proprie esigenze. Non avete idea di come mi hanno stressato quest’estate mamma e sorella maggiore per il fatto che a loro dire non mi vesto “adeguatamente”. Ma adeguata rispetto a cosa? rispetto a chi? Io prediligo nella scelta del mio vestiario comodità ed economicità (anche se economicità il più delle volte non corrisponde a sostenibilità) alla faccia delle mode e delle apparenze. Dovrò più che altro mantenere un basso profilo anche quando avrò un budget meno limitato o al limite spendere di più ma meglio (appunto i famosi capi biodinamici da voi citati). Insomma l’esercizio che noi tutti dovremmo fare è mantenere un etica del risparmio anche quando le nostre tasche ci permettono maggiori spese. Ricordarci che in ogni caso spendere solo perchè ce lo possiamo permettere è un contributo alla distruzione dell’ambiente. Questo vale in ogni ambito della nostra vita. Ma bisogna essere piuttosto stoici! Io però ogni tanto qualche sfizio me lo vorrei pur togliere, altrimenti rischio di rimanere vittima delle mie scelte. Moderazione quindi dovrebbe essere la parola d’ordine.
    Scusate se ho occupato tutto questo spazio, è un pensiero che si srotola cammin facendo!
    Grazie!

  2. icoloridellarcobaleno ha detto:

    Io seguo l’insegnamento di mia nonna (che tra l’altro era sarta) del non si butta via niente fino a che non è utilizzabile: dalle lenzuola vecchie e usurate si possono produrre stracci per spolverare o per le pulizie domestiche, dal pezzo di stoffa tagliato per accorciale un vestito si può produrre una sciarpa o una cintura, i capi che non vanno più bene per uscire si possono indossare a casa o per andare a correre… c’è sempre un secondo utilizzo, basta usare la fantasia. E poi, in un periodo come questo, in cui si ha davvero poco per vivere, sprecare (soldi, tessuti, vestiti) è davvero un peccato.

  3. icoloridellarcobaleno ha detto:

    P.S.: chiedo scusa per i refusi ma ho tastiera malfunzionante

  4. Farnocchia ha detto:

    Ogni volta che finisco un vostro articolo mi sento sempre un po’ più saggia!! ;)

  5. Anonimo ha detto:

    EcoEtic è un esempio di collezione raffinata ma responsabile http://www.modaonline.it/marchi/m/mi/2011/febbraio2011/redesign-the-world.aspx

  6. Clo ha detto:

    “COLTIVANDO UN PO’ DI SANO EGOCENTRISMO ED AUTOREFERENZIALITA’ ESTETICA: non c’è niente in voi che non va se con la roba di 6 anni fa vi sentite a posto, siete ( e siate!) voi la vostra moda.”
    Pienamente d’accordo su tutto, in particolare su questa regola!!!!!!!!!

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